il Web Writing e le curve di Pareto
Grazie ad un contributo sulle folksnomies di Emanuele Quintarelli,
sto passeggiando con il pensiero tra i viali delle poche leggi
empiriche che sembrano governare la rete.
Ho imboccato quello che porta
alle power law curves o curve paretiane. L’iperbole del noto economista racconta come il
20% dei siti raccolga circa l’80% del traffico, anche se al tempo della sua cattedra internet non esisteva.
Più o meno, questo
andamento ricompare in diversi fenomeni naturali, sociali e nei sistemi
complessi e reticolari. Non è un caso ritrovarlo nella blogosfera.
David Syfri (Technorati) si è dato la pena di fare due conti così come Clay Shirky ed è venuto fuori che la distribuzione degli inbound links segue più o meno questo schema.
Il libero pensiero sui blogs finirebbe recintato da queste curve e
ogni nuova voce relegata in fondo ad una coda lunghissima. Per fortuna
Syfri ci tranquillizza . Pare che nel caso dei blogs la mobilità lungo
la curva sia più vivace e che la classifica dei più letti si rinnovi
con maggior frequenza rispetto ai siti “tradizionali”;ma l’effetto c’è
e preoccupa.
Come ci si può muovere più rapidamente lungo la curva e salire?
Prima di tutto scrivendo bene, di cose interessanti ed aggiornate.
Ovvio. Poi con l’architettura dell’informazione (IA),l’ottimizzazione
per i motori di ricerca ed il webriting. A parte l’ottimizzazione per i
motori di ricerca, la IA e il web writing faticano a farsi strada nel
mondo dei servizi per il web.
L’ultimo, in Italia, quasi non esiste.
Il prof. Tullio De Mauro nel 1997 ha messo assieme il Vocabolario di
Base della lingua italiana. Circa 8000 parole (lemmi ad essere pignoli)
con cui è possibile comunicare ed assolvere quasi tutti i proprio
bisogni in un discorso. Ora 8000 parole sono il 5% del vocabolario
disponibile, che in italiano pare conti circa 160.000 parole.
Questo a
lume di naso è un problema in più per i nuovi entranti ed i blogs più
specialistici. Se pensiamo che la ricerca su internet è un fatto
eminentemente linguistico, la squilibrata distribuzione del discorso su
internet ha una delle sue ragioni anche nella dieta delle parole
dell’utente medio.
Oltre che all’alfabetizzazione di massa, chi gestisce un sito, si trova a combattere contro un altro dei meccanismi con cui il cervello umano fa economia. Parole
semplici si acquisiscono meglio di quelle erudite o tecniche. Sommando
a questo, tutte le difficoltà di lettura e cognitive dovute alle
periferiche video, il gioco è fatto. Tematiche generali e alla moda, di
solito parallele a quelle offerte sui media tradizionali la fanno da
padrone ed i portali generalisti sopravvisuti si spartiscono la torta
del traffico.
Per superare i problemi cognitivi c’è l’usabilità e l’architettura
dell’informazione. Aiuta a far emergere i siti migliorandone la
leggibilità e la user experience. Per facilitare la reperibilità sui
motori di ricerca c’è l’ottimizzazione dei siti o si paga.
E Per i problemi causati dalla linguistica? C’è il web writing. Per risalire
dalla lunga coda della curva paretiana sono strategici due aspetti
dello scrivere per il web, il cui valore è ancora tropo poco
riconosciuto. Quello che gli anglosassoni chiamano il plain language e
lo storytelling. Ovvero, scrivere con il vocabolario di base di De
Mauro sul tavolo (o sul desktop) e raccontare storie; narrare.
Narrare in maniera efficace: usando le immagini, non solo quelle
costruite con i pixel nel regno di Flickr ma anche quelle che si
possono costruire con quel 5% di parole che hanno tutti a disposizione:
la web palette del web writer. Attingere all’immaginario degli utenti,
usare metafore, allusioni, allegorie e tutte le figure retoriche
abbiamo a disposizione. Storie per raccontare prodotti, aziende,
persone, metodologie, spiegare cosa fanno, prima del come, con testi
che abbiano un inizio, un climax ed una fine.
Raccontare può essere la
scorciatoia sul percorso ripido delle power low curves.
Il signoraggio che fino ad oggi si è dovuto pagare agli acronimi e
ai tormentoni del naming pubblicitario (e business, web 2.0,
customizzazione, on demand, all inclusive, one stop shop, CRM, CMS, off
the shelf, solutions, smart phone, soa, seo, sem e chi più ne ha più ne
metta) trova la sua ragion d’essere nel tentativo di blindare le
posizioni in cima alla classifica espressa dalle curve di pareto e
conquistate a suon di investimenti per acquisire utenti e magnificare
il brand. Le parole si sono fatte logo. L’impero del naming pare comici
a scricchiolare.
Sui blog, per fortuna, le parole hanno la tendenza a
restare parole. Vengono dal basso e sono parte di un discorso, sociale.
Anche quando sono tecniche e assomigliano alle parole chiave della
pubblicità, in realtà sono diverse. Attorno a quelle parole si discute,
si “posta” (scrivere su un blog), ci si pinga (metodo per
commentare un testo altrui) commenti l’un l’altro e si “tagga”,
appiccicando altre parole, più chiare, che fanno la differenza e
spiegano. I logo ritornano logos e le parole riacquistano il
loro dominio originale.
I corporate blog dovranno imparare presto
queste nuove regole altrimenti resteranno solo siti solo un pò più
interattivi degli altri, relegati in uno spazio su internet che
riusciranno ad abbandonare solo, temporanente consumando budget
pubblicitari e garantendo scarso ritorno. I web writer avranno un
futuro professionale anche in Italia. Forse.
